ISTITUZIONI
Una realtà al tramonto: le corporazioni e i loro Statuti
nel Settecento milanese. Tra mestieri e professioni,
tra manifattura e commercio
Gigliola di Renzo Villata
L’origine delle arti è questione controversa: si sono contrapposti in storiografia almeno due orientamenti, l’uno favorevole alla continuità tra istituti romani (i collegia romani e le scholae bizantine), esperienze altomedievali (ministeria e officia dell’età longobarda e carolingia) e bassomedievali, l’altro più propenso alla discontinuità e a rilevare nelle corporazioni bassomedievali elementi di spontanea formazione e originalità. In questa sede si intende solo rilevare la continuità di un’esperienza fino al Settecento: sono gli ultimi ‘bagliori’ di un’organizzazione dei mestieri ormai al tramonto.
Nel Trecento i paratici erano ventitré, vi si aggiunsero gli Aguggiari nel 1431 e gli Orefici nel 1468.
A fine Cinquecento le università milanesi erano diventate sessantadue. Le più ricche erano quelle degli Auroserici, dei Mercanti di lana e drappieri, dei Mercanti, degli Speziali, dei Mercanti di balle di lana, dei Banchieri e dei Cambisti, ma anche i commercianti al minuto, per lo meno in alcune categorie, sommavano entrate non spregevoli.
Tra fine Sei e inizio Settecento l’articolazione delle arti cittadine subisce modifiche all’insegna dell’accorpamento e dello scorporamento, interpretate dalla storiografia come segnale di vitale progresso: per fare qualche esempio i parrucchieri e i ramai si separarono rispettivamente dai barbieri e dai ferrai; i ciabattini dai calzolai ; i berrettai si aggregarono ai cappellai; i pellicciai ai vairari che, infatti, risultano ormai aggregati nello statuto dei vairari e pellizzari della città di Milano posteriore al 1663; in questi ultimi statuti si legge che l’accorpamento avviene anche per superare le controversie tra l’una e l’altra arte, controversie che segneranno la vita di molte corporazioni anche nel secolo successivo, nell’ambito di una tendenza riformistica che vedeva ormai le corporazioni come un ostacolo all’attuazione di riforme liberiste in materia di politica economica e, dall’altro, all’accentramento delle strutture statali. Al 1772 l’elenco generale , conservato, dava un’immagine viva del grande numero di ‘corporazioni’ ancora operanti. Tra il 1773 e il 1775 si sciolsero trentaquattro arti; il 1786 si istituiva la Camera di Commercio e il 23 gennaio 1787 fu decretata la soppressione di tutte quelle università e corpi che ancora esistevano e il passaggio al Supremo Consiglio di economia di un compito di sorveglianza delle attività dei membri delle arti soppresse.
Nelle immagini riportate di seguito si sono riprodotti alcuni dei frontespizi, pochi rispetto all’elevatissimo numero, di questa variegata realtà corporativa che, in pieno Settecento, manifesta ancora la sua vitalità: a fronte di un numero complessivo di circa un centinaio di «università e corpi mercimoniali» presenti nell’elenco, di cui si riproduce uno stralcio, la scelta in questo percorso è stata determinata dall’intento di mostrare l’estrema articolazione e frammentarietà dell’attività produttiva e commerciale coeva, insieme la volontà di queste realtà di aggiornarsi e rinnovarsi, cercando di superare le controversie interne ed esterne all’arte, fino al momento della loro scomparsa.
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